Tempesta - UNICORN

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Giacomo Rigutto
TEMPESTA
Romanzo surreale!
Non esiste altro termine per definire questo libro.
Prendete la Noia, la Rabbia, la Paura, l’Impotenza, lo Sdegno e mescolate il tutto assieme all’Amore, al Sesso, alla Voglia di Vivere, al Bello, alla Gioia.
Aggiungete poche gocce di rarefatta essenza d’Arte e lasciate decantare per qualche istante.
Solo allora intingete la cannuccia della Poesia e soffiate.
Apparirà una bolla iridescente d’incredibile bellezza:
TEMPESTA!
TEMPESTA


1.
Per iniziare
<<Cosa stai scrivendo?>>
<<Non te lo dico neanche sotto tortura.>>
Lei cominciò a farmi il solletico.
Confessai subito, raccontandole la mia versione dei fatti.
<<La normalità è piena di mistero… >>
2.
Illegio
Di solito preferisco fare un giro da solo in cerca di donne, insomma cercare tette e culi in giro, ma se gli amici mi portano da qualche parte per passare la giornata assieme, allora va bene lo stesso, non è escluso che incontriamo le donne giuste.
Almeno ci proviamo in compagnia.
Mi preparo all’idea di passare tutto il sabato in Friuli, una terra che ho frequentato per lavoro e per altro. Sono posti che in gruppo abbiamo già battuto e dove abbiamo abbondantemente dato e preso.
Il gruppo è dei soliti quattro e lasciata l’autostrada prendiamo la direzione che ci porta su verso la montagna.
Percorriamo strade sempre più strette e tortuose imbucando anche gallerie scavate nella roccia e costeggiando canaloni strapiombanti e ghiaioni che promettono rovinose scariche di massi e sassi.
Luoghi più adatti ai camosci o all’orso che all’uomo.
<<Beh Gino, dove cazzo ci stai portando? Sei sicuro?... Non è che ti sei sbagliato? Che hai preso la strada sbagliata?>>
Dico avvicinandomi al vetro del finestrino per osservare l’esterno.
<<Almeno, non credo. È l’unica strada che porta su, verso il paese.>>
Gino è un mio vecchio amico, è lui che ha la macchina buona, è lui l’intellettuale del gruppo.
Col fatto che lavora in un bar gli è capitato di procurare alcuni inviti per entrare in una mostra in un posto della Carnia.
<<Facciamo questo sforzo>> dico,<<vedrai che poi si va a finire da qualche parte,  immagina tutte le mule che ci saranno.>>
Gino sorride sempre pensandoci, è un vero cultore del mondo e dell’universo femminile.
L’invito arrivava da un gruppo di musicisti friulani, conosciuti in giro, che qui vicino partecipa a una festa con balli e canti.
Con quattro inviti per la mostra e la promessa di passare la giornata a far baldoria, chi volete che non si muova?
<<Se è destino si va, si parte e si affronta la vita da cani da slitta.>>
Aggiunge Gino.
Con noi ci sono due compari, gli altri due della muta sistemati nei posti dietro; Arturo si è fatto una canna prima di partire e adesso è appoggiato con la testa al finestrino.
Sta dormicchiando a bocca aperta e neanche un’esplosione lo sveglierebbe.
Lele, già carico di ombre e di Spritz, sta ascoltando musica con la cuffietta.
È come non averli a bordo, tanto a loro non gliene frega un cazzo di dove andiamo, l’importante è muoversi, è andare per mantenersi in movimento,
Da buoni cani da slitta appunto.
Frega poco anche a noi due, ma almeno stiamo attenti alla strada, seguiamo la pista.
<<Puttana Eva, possibile che con voi non si riesca di fare qualcosa di normale?>> Dico.
<<Normale? Quando mai? Stiamo andando a vedere una mostra, ti sembra una cosa normale?>>
Mi risponde Gino.
<<Appunto, ma cosa ti sei fumato questa mattina?>>
Ribatto guardandolo impegnato nella guida.
<<Va bene, vediamoci questa stronzata e via, ormai dovremmo essere arrivati... >>
Conclude lui.
Conosco bene Gino, con lui mi è capitato di ritrovarmi dall’altra parte del confine a giocare a moscacieca con ragazze seminude, uno spasso. Veramente.
Arriviamo in un paese con poche case e altrettante anime sperdute, ci saranno sì e no tre o quattrocento abitanti al massimo.
<<Va bene, becchiamoci questa mostra con gli amici della musica, ma poi via, a far festa e baldoria.>> Aggiungo scendendo dall’auto.
Mi adatto all’idea salendo lentamente a piedi il centro del minuscolo borgo, costeggiando un piccolo torrente che nel percorso alimenta alcuni vecchi mulini fatti interamente di legno.
<<Quando arriviamo che devo pisciare?>>
Chiedo preoccupato.
<<Non manca molto, il paese è tutto qui come vedi.>>
Dice Gino.
E’ lui l’intellettuale del gruppo, è lui che sa le cose.
Arturo e Lele si sono fermati all’osteria di sotto, l’unica osteria aperta, non se la sono sentita di affrontare l’emozione di una mostra e poi…
<<E poi la strada è così ripida.>>
Aveva aggiunto Arturo.
<<Cazzo, ma non siete voi i cani da slitta? Quelli che dovrebbero trainare?>> Ribattei.
<<Non oggi, oggi i cani sono stanchi, e poi la visione del sacro, i bambini nell’arte, va bene tutto, ma cosi ci volete stendere, avete un’idea di quanto peso avete caricato sulla slitta?>>
<<Lasciamo stare, lo sforzo… lo faremo noi, io e Gino, voi restate a cuccia per ora.>>
Con gli amici musicisti entriamo nella mostra di opere sacre e dopo poco abbiamo le balle spappolate e siamo già stanchi di ascoltare questi giovanotti che si sforzano di spiegarci il valore e il significato di alcune statue e dei dipinti che incontriamo nel giro di questa casa carnica diventata museo e sede espositiva.
Io vorrei gettare uno sguardo e via, con la velocità giusta, tanto per essere appunto superficiale, ma arriva una ragazza che raccoglie il mio interesse e quello di Gino.
Lei si appassiona nel descrivere i dipinti antichi e le sculture che provengono da mezzo mondo, io ho un solo pensiero.
<<Che ci fa una gnocca del genere in questo posto sperduto? E che diavolo ci fanno tutte queste opere così preziose, da come me le descrive lei, qui cosi lontane dal centro dell’impero, e come ci sono arrivate?>>
Gino, l’intellettuale del gruppo sta guardando fisso la ragazza e mi fa.
<<Marco, che diavolo ci fa un angelo in un posto dimenticato da Dio e dagli uomini?>>
Questo angelo è a proprio agio in mezzo a  putti volanti e a dipinti sacri; svolazza nel cielo con le sue parole mentre io penso al cielo della mia stanza che è sempre lo stesso, bianco da una vita e dove non ho mai visto volare putti o angeli o tanto meno cavalli alati, ma a volte diavoli, dei poveri diavoli.
Il tempo sta cambiando rapidamente da queste parti in Friuli e all’uscita dalla mostra ritroviamo Lele e Arturo che ci aspettano, già abbondantemente alticci, sotto una leggera pioggerellina che si trasforma poi, nel giro di pochi minuti, in una bufera di neve.
<<Bello, ma scassa cazzi.>>
Dice Lele proteggendosi dentro un portico ad arco, fatto con conci di pietrame, <<è adesso la festa?>>
Salutiamo i musicisti montanari che ci lasciano in braghe di tela, preoccupati più dei loro strumenti che di passare qualche ora in nostra compagnia.
<<Meglio! Così ritorniamo in osteria o troviamo  un posto al caldo dove mangiare un boccone.>>
Dico stringendomi agli altri dentro al portico, unico riparo in mezzo alla tormenta.
<<Vaffanculo Marco, che giornata di merda.>>
Sbotta Lele.
<<Può anche peggiorare.>>
Aggiunge Arturo.
Poco dopo inizia a grandinare in modo furioso, da coprire tutto di chicchi ghiacciati e il paese viene invaso da una serie di torrenti impetuosi, carichi di magma ghiacciato, che portano con se tutto ciò che incontrano.
<<Ci vorrebbe uno Spritz.>>
Dice Arturo col cappello rasta calato sulla testa.
<<Per il ghiaccio non c’è problema!>>
Aggiunge Lele, bestemmiando sottovoce.
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